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20 marzo 2015, Terni. Convegno: Infortunistica stradale, profili di responsabilità giuridica. Crediti formativi per gli avvocati.

locandina def Un interessante momento di riflessione sulle tematiche concernenti i profili di responsabilità e risarcitori, connessi al fenomeno dell’ infortunistica stradale, è in programma per il prossimo 20 marzo a Terni presso lo Hotel Michelangelo con inizio alle ore 15. Avvocati, esperti in infortunistica stradale, psichiatri, psicologi, medici, si confronteranno sui profili giuridici e medico-legali in un evento, coorganizzato dall’ Associazione Italiana Giovani Avvocati, Sezione di Terni, e Stradesicure.it e accreditato dal Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati ai fini della formazione permanente con la assegnazione di tre crediti formativi. L’iniziativa rappresenta una tappa importante nel rapporto di collaborazione tra A.I.G.A – Sezione di Terni e Stradesicure.it , riconosciuta e valorizzata dal conferimento dei patrocini della Regione Umbria, del Comune di Terni, della Camera di Commercio e della Società Italiana di Psicologia e Psichiatria. La iniziativa, professionalmente dedicata agli avvocati, è comunque fruibile da parte di chi abbia comunque interesse verso le problematiche trattate. In occasione dello evento verrà distribuito a tutti i presenti il pieghevole “Stradesicure.it – tutela e difesa per l’ utente della strada “, espressione cartacea del nostro sito.

Macchia d’ olio causa di incidente stradale: la Cassazione conferma la responsabilità dell’ ANAS

La Corte di Cassazione ha definito con una recentissima sentenza (Sez. III^ Civile n. 295/2015, depositata il 13.01.2015) un’annosa vicenda concernente una richiesta di risarcimento di € 2500,00 riferita ad un incidente stradale verificatosi nell’ ormai lontano 2003. Il sinistro si verificava l’ 8 febbraio 2003 a causa di una macchia d’ olio presente sul manto stradale che determinava lo sbandamento di un’ autovettura il cui conducente convenne in giudizio l’ ANAS dinanzi al Giudice di Pace chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti. Il Giudice di Pace accoglieva tutte le domande del conducente, condannando l’ ANAS al risarcimento. L’ ANAS ricorreva dinanzi al Tribunale che rigettava l’ appello, confermando la sentenza favorevole all’ automobilista. L’ ANAS proponeva quindi l’ ulteriore ricorso per cassazione censurando la sentenza d’ appello laddove aveva ritenuto sussistente la sua responsabilità, quale custode della strada, intesa come bene demaniale, senza aver verificato in concreto la possibilità di esercitare i poteri di custodia sulla strada, tenuto conto che la causa dell’ incidente, provocato da una macchia d’ olio, costituiva un’ improvvisa alterazione, rispetto alla quale alcun potere di custodia era esercitabile, tenuto conto anche del fatto che l’ incidente si verificava alle ore 20.20, mentre l’ ordinaria vigilanza e sorveglianza dell’ ANAS veniva esercitata dalle 7.00 alle 19.30. Secondo l’ ANAS, la sentenza d’ appello avrebbe in particolare violato l’ art. 2051 C.C., laddove aveva omesso di considerare come fortuito l’ evento dannoso. La sentenza della Cassazione conferma invece la sentenza impugnata conclamando la responsabilità dell’ ANAS che , per un verso, avrebbe dovuto diligentemente controllare le condizioni della strada stessa ed adottare le cautele idonee a garantire la sicurezza degli utenti ed evitare l’ insorgenza della situazione di pericolo (mediante tempestiva rimozione della macchia d’ olio), per altro verso non ha minimamente fornito la prova liberatoria del caso fortuito che non compete al Giudice rilevare “d’ ufficio”. Ma vi è più: anche inquadrando la vicenda giuridica nello schema dell’ art. 2043 C.C., in linea con una giurisprudenza di maggior favore nei confronti dell’ ente proprietario ma ormai superata, la responsabilità dell’ ANAS è comunque sussistente in via esclusiva, come correttamente ritenuto il Giudice di Pace in I° grado, costituendo la macchia d’ olio un’ insidia non visibile e non prevedibile. In sostanza, afferma la Cassazione, la responsabilità per i danni cagionati dalla cosa in custodia, come è la strada rispetto all’ ente proprietario, ha carattere oggettivo ed è esclusa solamente dal caso fortuito , fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell’ evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata ma ad un elemento esterno. In tema di responsabilità da cosa in custodia (la strada), la presunzione di responsabilità del custode (l’ ente proprietario, quindi l’ANAS) stabilita dall’ art. 2051 C.C., presuppone la dimostrazione, ad opera del danneggiato, dell’ esistenza del nesso di causalità tra cosa in custodia e fatto dannoso, mentre il fondamento della responsabilità dell’ ente proprietario, quale custode, va individuato nel rischio che grava su di lui per i danni prodotti dalla cosa in custodia (la strada) che non dipendano da caso fortuito. Si tratta pertanto di una responsabilità che è corretto ritenere, in ultima analisi, di carattere oggettivo come peraltro testualmente evidenzia la Suprema Corte.

Pedone cade per strada: la responsabilità del Comune secondo la Cassazione.

Marciapiede divelto

Marciapiede divelto

I fatti risalgono a qualche anno fa, è invece recentissima la pronuncia della Corte di Cassazione che con la sentenza n. 22528, sez. VI Civile del 23 ottobre 2014, ha cassato, con rinvio al giudice di II° grado in diversa composizione, la sentenza del Giudice di appello che aveva escluso la responsabilità del Comune nella causazione delle lesioni subite da un pedone, all’ epoca dei fatti minore, per effetto dello scivolamento su un cubetto instabile della pavimentazione stradale “non visibile, né segnalato“. Secondo la suprema Corte il Giudice di appello, nello escludere la responsabilità del Comune, avrebbe sentenziato sulla scorta di una giurisprudenza basata sui concetti dell’ “insidia e trabocchetto”. Giurisprudenza ormai superata dal recente e sempre più consolidato orientamento della suprema Corte che fonda la responsabilità dell’ ente proprietario (ANAS, Province, Comuni), in relazione alla non adeguata manutenzione del fondo stradale e del marciapiede, che costituiscono il normale percorso di calpestio del pedone, sui canoni enunciati dall’ art. 2051 C.C., assimilando la figura dell’ ente proprietario della strada – il Comune nel caso in esame – al custode per effetto della relazione con la strada, intesa come cosa in custodia. Il nuovo modello di responsabilità esclude, a carico dell’ utente danneggiato, l’ onere di provare la sussistenza di quell’ “insidia o trabocchetto” che per anni ha costituito il presupposto della responsabilità dell’ ente proprietario della strada. Il percorso per far valere i propri diritti nei confronti della Pubblica Amministrazione è quindi ora più agevole, in virtù della presunzione di responsabilità a carico dell’ ente proprietario – quale custode – per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, quando la custodia del bene, intesa come potere di fatto sulla cosa sia esercitabile nel caso concreto, tenuto conto della natura limitata del tratto di strada vigilato. Tale presunzione viene superata solo dal “caso fortuito“, la cui ricorrenza è stata esclusa dalla suprema Corte nel caso in esame, non potendosi qualificare in tal modo il comportamento del danneggiato che cade in presenza di un avvallamento sul marciapiede coperto da uno strato di ghiaino, ma lasciato aperto al calpestio del pubblico, senza alcuna segnalazione delle condizioni di pericolo.

Intestazione temporanea di veicoli: gli obblighi in vigore dal 3 novembre 2014.

CARTA DI CIRCOLAZIONE 1Un ingiustificato allarmismo stravolge la informazione sul tema degli adempimenti che dal prossimo 3 novembre dovranno essere osservati quando un veicolo viene utilizzato per un periodo superiore a trenta giorni da un soggetto diverso dallo intestatario. Non si tratta di una novità in quanto la previsione normativa era stata inserita nel Codice della Strada dalla legge 29 luglio 2010 n. 120, attraverso una modifica dell’ art. 94 del Codice volta a contrastare le intestazioni fittizie dei veicoli e i rischi conseguenti all’ uso, inteso come manifestazione di disponibilità , dei veicoli da parte di un soggetto diverso da quello indicato sulla carta di circolazione, limitatamente ai periodi superiori a trenta giorni . La data del 3 novembre 2014 veniva fissata dalla circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 15513 del 10 luglio 2014 al fine di permettere alle Forze dell’ Ordine e all’ utenza interessata la adozione delle necessarie misure organizzative.
L’ innovazione normativa prevede l’ obbligo di comunicazione, finalizzato all’ aggiornamento dell’ Archivio Nazionale dei Veicoli e dei documenti di circolazione in caso, tra l’ altro, di atti che comportino la disponibilità del veicolo per periodi superiori a trenta giorni in favore di soggetti diversi dagli intestatari. L’ obbligo presuppone quindi l’ esistenza di un atto e, quindi, di un rapporto giuridico (comodato – ad eccezione di quello tra familiari, purché conviventi -, provvedimento di affidamento in custodia giudiziale, contratto di locazione senza conducente) posto in essere a decorrere dal 3 novembre 2014, per effetto del quale la materiale disponibilità del veicolo venga trasferita, per un periodo superiore a trenta giorni e per uso esclusivo e personale, ad un soggetto diverso dall’ intestatario (il proprietario del veicolo, il locatore – nel caso di locazione senza conducente -, il nudo proprietario – in caso di usufrutto -, il locatario – in caso di leasing -, l’ usufruttuario). E’ evidente che il semplice uso del veicolo da parte di un soggetto diverso dall’ intestatario non genera alcun obbligo di comunicazione in mancanza di un atto giuridico ricompreso tra quelli indicati. Vincolato agli obblighi di comunicazione è lo avente causa nel rapporto giuridico dal quale deriva la variazione della disponibilità del veicolo. Per avente causa deve intendersi il comodatario, l’ affidatario, nel caso della custodia giudiziale, il locatario o il sublocatario, nel caso di locazione senza conducente, l’ utilizzatore, nel caso di contratto “rent to buy”, gli eredi del de cuius, nel caso in cui, nelle more dell’ acquisizione della titolarità del bene in capo agli eredi, il veicolo venga da uno di questi utilizzato per un periodo superiore a trenta giorni. Merita sottolineare che, in caso di comodato di veicoli aziendali, non sono soggette a comunicazione le ipotesi di fringe benefit, di uso promiscuo di veicoli aziendali (es. veicoli impiegati per l’ esercizio di attività lavorative ed utilizzati dal dipendente anche per raggiungere la sede di lavoro, o la propria abitazione, o nel tempo libero), di veicolo aziendale utilizzato alternativamente da parte di più dipendenti e di uso esclusivo per attività aziendali dei veicoli in uso ai dipendenti, ai soci, agli amministratori e ai collaboratori dell’ azienda. La normativa delineata non si applica attualmente alle ipotesi di veicoli in disponibilità di soggetti che effettuano attività di autotrasporto sulla base di: iscrizione al REN o all’ albo degli autotrasportatori; licenza per il trasporto di cose in conto proprio; autorizzazione al trasporto di persone mediante autobus in uso proprio o mediante autovetture in uso di terzi (taxi e NCC). Per queste ipotesi verranno adottate apposite disposizioni al termine della definizione delle procedure informatiche necessarie per dar corso ai relativi procedimenti amministrativi di aggiornamento dell’ Archivio Nazionale dei Veicoli e dei documenti di circolazione. Non semplicemente ingiustificato ma assolutamente infondato è invece l’ allarmismo da web relativo alla “questione patente” in quanto gli adempimenti previsti dalla “nuova” disposizione non riguardano in alcun modo le patenti di guida, per le quali non è comunque prevista la annotazione sulla carta di circolazione.
Contenuti aggiornati in base alla circolare n. 23743 del 27 ottobre 2014 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

“Autovelox”: Il Giudice di Pace di Terni sulla questione della ripetizione del segnale.

Abbiamo già sottolineato come la giurisprudenza della Corte di Cassazione affermi che la segnaletica verticale del limite di velocità debba essere ripetuta dopo le intersezioni stradali affinché l’ accertamento delle violazioni tramite “autovelox” sia legittimo. Chiarito il principio in via generale resta da definire il concetto di “intersezione stradale” in quelle specifiche situazioni dove possono sorgere dubbi in merito alla natura di strada pubblica o ad uso pubblico che deve necessariamente sussistere in capo alla strada che interseca quella dove è posto il sistema “autovelox”. In altri termini, se l’ intersezione con la strada principale è rappresentata da un “passo” privato o da una strada privata non ad uso pubblico, risulta evidente che il segnale del limite di velocità non deve essere ripetuto dopo l’ intersezione e prima dell’ autovelox, trattandosi di un intersezione “tamquam non esset” sotto il profilo giuridico.autovelox 4 Come già profilato, non è pero’ sempre pacifica la qualificazione giuridica delle strade in quanto, come affermato dalla giurisprudenza amministrativa: “la natura di strada pubblica non è rilevabile da un formale provvedimento di classificazione emesso dal comune né può derivare dall’ inserimento della via nell’ inventario dei beni, atteso che l’ inventario dei beni patrimoniali comunali ha natura ed effetti esclusivamente ricognitivi ed estimativi, non anche costitutivi, attestando unicamente che il bene che vi risulta inserito viene attualmente adibito ad uso pubblico” (T.A.R. Toscana, sez. III, 19.08.2005 n. 4192″). Interessante è al riguardo la sentenza n. 170/2014 del Giudice di Pace di Terni che pone il primo punto fermo nella controversia contro il comune di Acquasparta attivata da un ex assessore provinciale che aveva presentato ricorso al Prefetto di Terni contro un verbale di accertamento di violazione ai limiti di velocità verificata tramite autovelox lungo una strada dove il cartello del limite di velocità non veniva ripetuto dopo un’ intersezione stradale e prima dell’ autovelox. La Prefettura, ritenendo di natura privata la strada che intersecava la principale, rigettava il ricorso e adottava la conseguente ordinanza-ingiunzione prefettizia che l’ interessato impugnava di fronte al Giudice di Pace. In questa sede, affermato il principio ormai scontato della necessità giuridica della ripetizione del segnale dopo l’ intersezione stradale e prima dell’ “autovelox”, la questione rilevante ai fini della decisione consisteva nella natura giuridica della strada che veniva ritenuta dal Giudice di Pace come “pubblica”. Da ciò derivava l’ accoglimento del ricorso , nonostante il comune avesse sostenuto la natura privata della strada in argomento sulla base del suo mancato inserimento nell’ elenco delle strade comunali. Elenco ritenuto dal Giudice di Pace di Terni di natura dichiarativa e non costitutiva e, quindi, non idoneo ad escludere la natura di strada pubblica, conformemente a quanto già statuito dal Consiglio di Stato (cfr. sez. IV, 24.01.2011, n. 487).

“Autovelox”: chi ne decide la posizione?

Con il termine “autovelox” s’ intende comunemente un rilevatore automatico di velocità funzionante senza la necessaria presenza di operatori. L’ accertamento delle violazioni al limite di velocità avviene quindi a prescindere dalla presenza degli operatori sul posto. In tali situazioni, pertanto, il procedimento sanzionatorio rimane privo della fase della “contestazione immediata” della violazione al trasgressore, modalità che, invece, rappresenta la regola generale in materia di accertamento di illecito amministrativo, tipologia di illeciti che ricomprende anche la maggior parte delle violazioni al Codice della Strada, tra le quali quelle relative al     superamento dei limiti di velocità.  Postazione autoveloxLa giurisprudenza si è più volte interessata alle problematiche concernenti la legittimità dell’ impiego di tali strumenti. L’ autovelox è legittimamente impiegabile senza oneri particolari lungo le autostrade e le strade extraurbane principali (strade a carreggiate separate da spartitraffico) purché segnalato in base alla norma, mentre lungo le strade extraurbane secondarie (strade solitamente ad una sola corsia per senso di marcia) e lungo le strade urbane di scorrimento (strade urbane a carreggiate separate), la installazione degli autovelox è permessa solo limitatamente ai tratti di strada preventivamente individuati dal Prefetto con apposito decreto, “sentiti” gli organi di polizia stradale competenti per territorio e su “parere conforme” dell’ ente proprietario della strada (Comune, Provincia, ANAS). Il Prefetto, nella stesura del decreto, deve inoltre tener conto, innanzitutto, del “tasso di incidentalità” e, ove questo tasso risultasse apprezzabile, anche  delle condizioni strutturali, plano altimetriche e di traffico per le quali non è possibile il fermo del veicolo senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico e all’ incolumità degli agenti operanti e dei soggetti controllati. Una recente sentenza del Consiglio di Stato ( Sezione III^ 26 agosto 2014, n° 4321), qualificando questi criteri come indicativi e non tassativi e neppure esaustivi, attribuisce al Prefetto un’ ampia discrezionalità nell’ individuare i tratti di strada dove è possibile installare l’ autovelox. Discrezionalità non sindacabile in sede di legittimità se non per errori gravi e manifesti, patologie per loro natura difficilmente riscontrabili in materia. La discrezionalità in materia, così affermata dalla sentenza, permette al Prefetto spazi difficilmente sindacabili sia nell’ inserimento che nella cancellazione dall’ elenco contenuto nel decreto dei tratti di strada dove è possibile l’ impiego del cd. “autovelox”. Sempre in materia di “autovelox”, si evidenzia ancora che le polizie municipali sono competenti ad effettuare attività di accertamento delle violazioni alla disciplina del traffico e, quindi, anche di quelle relative al superamento dei limiti di velocità, sulle strade statali extraurbane (ex plurimis; Cassazione civile, n°15105/2010).

Ristagno d’ acqua sulla strada: l’ ente proprietario risponde dell’ incidente.

Torniamo sulla questione della responsabilità degli enti proprietari in tema di incidenti stradali, segnalando una sentenza della Corte di Cassazione in materia di accumulo e ristagno di acqua piovana sulla carreggiata da cui  derivava un incidente mortale. Capita, purtroppo sovente, di imbattersi in tratti di strada che, in caso di pioggia, presentano un fondo stradale caratterizzato da ristagno d’ acqua causato dalla mancata o comunque inadeguata pulizia del sistema di deflusso delle acque, in particolare dei fossi adiacenti la carreggiata. strada allagata 3 In queste circostanze può verificarsi, anche a velocità conformi alla norma, il fenomeno del cd. aquaplaning  , consistente nel “galleggiamento” dei pneumatici sullo strato d’ acqua causato dal ristagno. Si tratta di una situazione di rischio notevole perchè il conducente non è nelle condizioni di poter compiere alcuna manovra di contrasto al fenomeno della conseguente perdita di aderenza che degenera facilmente in incidenti stradali, anche mortali. Così come si verificava lungo una strada provinciale della provincia di Latina dove l’ accumulo di acqua piovana, fuoriuscita dai fossi, determinava lo sbandamento di un’ autovettura che invadeva l’ opposta corsia di marcia, andando a collidere contro un furgone blindato proveniente in senso inverso. Nel sinistro il conducente perdeva la vita a causa delle gravi lesioni riportate. Al riguardo la Corte di Cassazione – sez. IV penale, con sentenza 8 marzo 2012, n° 9175, confermava la responsabilità penale del dirigente della provincia responsabile del settore competente in materia di manutenzione delle strade in relazione al fatto che sulla sede stradale si era accumulata acqua piovana che non riusciva a fluire nei canali laterali a causa dell’ ostruzione costituita da vegetazione non rimossa.

“Strisce blu”: per la Cassazione non sempre il pagamento è dovuto.

I Comuni, nel disciplinare la sosta dei veicoli, hanno la facoltà di riservare aree dove il parcheggio è subordinato al pagamento di una somma che viene riscossa mediante dispositivi di controllo della durata della sosta. In questa eventualità gli  stalli di sosta sono delimitati da segnaletica orizzontale di colore blu.

Sosta a pagamento, cartello con prescrizioni specifiche.

Sosta a pagamento, cartello con prescrizioni specifiche.

L’ art. 7 del Codice della Strada stabilisce che quando il Comune intende valersi di questa opportunità è tenuto ad individuare, su parte della stessa area o comunque nelle immediate vicinanze, anche  parcheggi a titolo gratuito. Nella quotidianità si assiste invece ad un’ organizzazione dei parcheggi a pagamento che, di fatto, esclude la possibilità di parcheggiare anche gratuitamente, come imposto dalla norma, salvo l’ ipotesi di adozione, da parte del Comune di un’ apposita delibera di giunta che escluda la sussistenza di tale obbligo limitatamente alle zone definite “aree pedonali” o “a traffico limitato” e a quelle individuate come di “di particolare rilevanza urbanistica”.  La Corte di Cassazione è recentemente intervenuta sul tema statuendo, con l’ ordinanza del 3 settembre 2014 n° 18575 che, nel giudizio di opposizione a verbale di accertamento di infrazione al Codice della Strada, grava sull’ autorità amministrativa, a fronte di specifica contestazione da parte dell’ opponente che lamenti la mancata riserva di un’ adeguata area destinata a parcheggio gratuito, la prova dell’ esistenza della delibera che esclude tale obbligo per l’ amministrazione.
Strisce blu: sosta a pagamento ma non sempre.

Strisce blu: sosta a pagamento ma non sempre.

Quindi, se l’ amministrazione non fornisce la prova concreta dell’ adozione della delibera di giunta nei termini sopra indicati, il giudice di pace non può che accogliere il ricorso dell’ utente contro il verbale di accertamento della violazione di mancato pagamento della somma prevista per la sosta nell’ ambito delle “strisce blu”.

“Autovelox” illegittimo se il segnale non è ripetuto dopo l’ incrocio.

La Corte di Cassazione ha recentemente chiarito che l’ uso dell’ “autovelox” è illegittimo se il segnale di divieto non è ripetuto dopo un’ eventuale intersezione. Il principio è stato affermato con l’ ordinanza del 20 maggio 2014, n° 11018/2014, sez. VI Civile che ha cassato la sentenza di un Tribunale sfavorevole all’ utente illegittimamente sanzionato, rimettendo la cognizione a quello stesso Tribunale in diversa composizione al fine del riesame dell’ appello attenendosi al seguente principio di diritto: “Poichè, ai sensi dell’ art. 104 del regolamento di esecuzione del Codice della Strada, i segnali di divieto devono essere ripetuti dopo ogni intersezione, la limitazione di velocità imposta da un segnale precedente l’ intersezione  stessa viene meno dopo il superamento dell’ incrocio, qualora non venga ribadita da nuovo apposito segnale; in mancanza di tale nuovo segnale, rivive la prescrizione generale dei limiti di velocità relativi al tipo di strada, salvo quanto disposto da segnali a validità zonale o da altre condizioni specifiche”Autovelox E’ evidente che la necessità dell’ apposizione del cartello riguarda comunque le strade sottoposte a limiti di velocità inferiori a quelli fissati in via generale dall’ art. 142 del Codice della Strada: 130 Km/h per le autostrade, 110 Km/h per le strade extraurbane principali, 90 Km/h per le strade extraurbane secondarie e quelle locali, 50 Km/h per le strade nei centri abitati. Si segnala inoltre che nei centri abitati è prevista l’ elevazione del limite fino al massimo di 70 Km/h, previa adozione di apposito provvedimento da parte dell’ ente proprietario e comunque solo in presenza di apposite caratteristiche costruttive e funzionali.

Incidenti stradali: quando la colpa è di ANAS e Comuni.

Gli enti proprietari delle strade, in particolare l’ ANAS e i Comuni, sono i soggetti tenuti per legge alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade al fine di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione (art. 14 del Codice della Strada). Da queste specifiche competenze deriva un complesso di responsabilità giuridiche che nel corso del tempo si è sviluppato verso l’ ormai consolidata estensione dell’ area della responsabilità civile. Fino agli anni Novanta la responsabilità di ANAS e Comuni nella manutenzione delle strade, si basava esclusivamente sul modello della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 C.C..

Insidia stradale

Insidia stradale

Secondo quest’ impostazione incombeva, a carico dell’ utente della strada che aveva subito un danno (es.: rottura di un cerchione causata da una “buca”, incidente causato da un masso caduto sulla strada o dal fondo stradale reso viscido dallo sversamento di sostanze oleose), l’ onere di dimostrare in concreto la colpa  dell’ ente proprietario al fine di ottenere il risarcimento del danno. Successivamente la giurisprudenza ha elaborato un diverso modello di responsabilità fondato sull’art. 2051 C.C., inquadrando l’ ente proprietario nella figura giuridica del “custode”. La strada diventa quindi, sotto il profilo giuridico, una “cosa in custodia”, affidata all’ ente proprietario che, in caso di evento di danno, per evitare il relativo addebito, deve dimostrare che non avrebbe potuto far nulla per evitare l’ evento lesivo. Pertanto, a seguito di un incidente causato da un’ anomalia della strada, il meccanismo di responsabilità a carico dell’ ente opera “automaticamente” con inversione dell’ onere della prova, non più a carico del danneggiato. Attualmente l’ orientamento della suprema Corte in materia è ormai stabilizzato (Cassazione Civile, sez. III, sentenza 11 novembre 2011, n° 23562; Cassazione Civile, sez. III, sentenza 22 febbraio 2012, n° 2562; Cassazione Civile, sez. III, sentenza 8 maggio 2012 n° 6903; Cassazione Civile, sez. III, sentenza 6 novembre 2012 n° 19154), nel senso che l’ art. 2051 è comunque applicabile in due ipotesi, non necessariamente contestuali: a) quando ricorre la possibilità concreta di esercitare la custodia del tratto di strada (ad esempio in ambito urbano per i Comuni o lungo i tratti di strada interessati da cantieri stradali); b) quando sia stata proprio l’ attività dell’ ente proprietario a rendere pericolosa la strada. In questi termini l’ ente proprietario, avendo quale custode il potere di governo sulla res (la strada), è tenuto a prevenire che la stessa possa arrecare danni a terzi.

Insidia stradale

Insidia stradale

La responsabilità dell’ ente proprietario viene esclusa solo nell’ ipotesi di caso fortuito, previsto dallo stessa norma quale scriminante della responsabilità del custode (Cassazione Civile, sez. III, sentenza 02.03.2012, n° 3253), ovvero nell’ ipotesi di eventuale colpa esclusiva – e non meramente concorrente – dello stesso danneggiato in ordine al verificarsi del fatto. In coerenza con la delineata “stabilizzazione” giurisprudenziale in tema di responsabilità dell’ ente proprietario, si segnala la recente sentenza della suprema Corte (Cassazione Civile, sezione III, sentenza 28 luglio 2014, n° 17095) che afferma la responsabilità dell’ ANAS per il danno provocato ad un’ autovettura dalla caduta di un masso staccatosi dai terreni di proprietà di un privato in relazione all’ obbligo giuridico di garantire la sicurezza della circolazione stradale, a nulla rilevando la circostanza che il masso era caduto da una parete rocciosa sovrastante da un’ altezza di circa 300 metri.